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Three Men in a Boat (to say nothing of the dog)

Il libro Tre uomini in barca
4.09 65 voti
✒ Autore
📖 Pagine 212
⏰ Tempo di lettura 10 ore 45 minuti
💡 Pubblicato 1889
🌏 Lingua originale Inglese
📌 Tipo Romanzi
📌 Generi Avventura , Realismo , Umorismo
📌 Sezioni Romanzo di avventura , Romanzo realistico , Romanzo umoristico

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CAPITOLO I

Tre invalidi. — Sofferenze di Giorgio e Harris. — Una vittima di centosette fatali malattie. — Prescrizioni utili. — Cura della malattia di fegato nei ragazzi. — Concludiamo che lavoriamo troppo e abbiamo bisogno di riposo. — Una settimana sulla profondità liquida. — Giorgio consiglia il Tamigi — Montmorency affaccia un’obiezione. — La mozione approvata a maggioranza.
Eravamo in quattro: Giorgio, Guglielmo Samuele Harris, io e Montmorency. Seduti nella mia stanza, si fumava e si parlava di come stessimo male... male, intendo, rispetto alla salute.
Ci sentivamo tutti sfiaccati e ne eravamo impensieriti. Harris diceva che a volte si sentiva assalito da tali strani accessi di vertigine, che sapeva a pena che si facesse; e poi Giorgio disse che anche lui era assalito da accessi di vertigine e appena sapeva anche lui che si facesse. Io poi avevo il fegato ammalato. Sapevo di avere il fegato ammalato, perchè avevo appunto letto un annuncio di pillole brevettate nel quale si specificavano minutamente i vari sintomi dai quali il lettore poteva arguire d’avere il fegato malato. Io li avevo tutti.
È strano, ma non mi avviene mai di leggere un annuncio di specialità brevettate, senza sentirmi tratto alla conclusione d’essere affetto dalla peculiare malattia — nella sua forma più virulenta — che forma il soggetto dell’annuncio. A ogni modo, la diagnosi par che corrisponda sempre esattamente a tutte le mie particolari sensazioni.
Ricordo d’esser andato un giorno al British Museum a leggere il trattamento di un piccolo malanno del quale avevo qualche leggero attacco — credo che fosse la febbre del fieno. Mi feci dare il libro, e lessi tutto quello che dovevo leggere; e poi, in un momento d’oblio, voltai oziosamente le pagine e cominciai a studiare indolentemente le malattie in generale. Non ricordo più il primo morbo nel quale m’immersi — so che era un pauroso flagello devastatore — e prima che avessi dato un’occhiata a una metà della lista dei «sintomi premonitori», ero già bell’e convinto di esserne affetto.
Rimasi per un po’ agghiacciato d’orrore; e poi, nell’incuranza della disperazione, mi misi a voltare le altre pagine. Arrivai al tifo — ne lessi i sintomi — scopersi d’averlo (dovevo averlo da mesi senza saperlo) — mi domandai che altro avessi; incontrai il ballo di San Vito — trovai, come m’aspettavo, d’avere anche quello, — cominciai a interessarmi al mio caso, e risoluto d’andare fino in fondo, cominciai per ordine alfabetico — lessi della malaria e appresi che ne ero affetto e che la fase acuta sarebbe cominciata fra una quindicina circa. Mi consolai trovando che l’albuminuria l’avevo soltanto in forma attenuata, e che quindi, per quel che mi riguardava, sarei potuto vivere ancora anni e anni. Avevo il colera con gravi complicazioni; e sembra che con la difterite ci fossi nato. Percorsi faticosamente e coscienziosamente tutte quante le lettere dell’alfabeto, e potei concludere che l’unica malattia che non avessi era il ginocchio della lavandaia.
A questo sulle prime mi sentii un po’ offeso; mi sembrava che la cosa implicasse una specie di dispregio. Perchè non avevo il ginocchio della lavandaia? Perchè questa oltraggiosa distinzione? Dopo un poco, però, prevalsero dei sentimenti meno esclusivi. Pensai che avevo tutte le malattie note in farmacologia, e divenni meno egoista, e risolsi di fare a meno del ginocchio della lavandaia. Pareva che la gotta, nella sua fase più maligna, mi avesse invaso senza che me ne fossi accorto; e che avessi sofferto di zona fin dall’infanzia. Non v’erano altre malattie dopo la zona; e così conclusi che non avevo altro.
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